Nel libro intitolato “Figlia del temporale” di Valentina D’Urbano, edito dalla Mondadori e in commercio dalla fine del 2024, si esplora il conflitto interiore tra essere fedeli a se stessi e alle attese della società e della famiglia, trattando il tema di quelle donne che rinunciano alla loro femminilità per ottenere una forma di autonomia.
Circa cinquant’anni fa, Hira che abitava a Tirana deve lasciare la sua città e la sua casa perché è rimasta orfana, ed è accolta nella famiglia dello zio Ben, fratello del padre che vive in un villaggio sulle montagne in una comunità di pastori. Sulle montagne si vive secondo i dettami del Kanun: la vita lì sembra si sia fermata molti anni prima, dimenticati da tutti, anche dal regime del comunismo.
E’ una lettura scorrevole, molto coinvolgente, che suggerisce una riflessione: quanto si è disposti a perdere per ritrovarsi?
La bravura della D’Urbano è trascinare il lettore all’interno della storia, facendogli percepire il freddo delle pietre e la fame che prova Hira, che cresce regolandosi con i ritmi della natura, quando però gli è imposto un matrimonio combinato sceglie di diventare una burrnesh.
Le burrnesh, o le vergini giurate, sono le donne che decidono di rinunciare alla propria femminilità, diventando in tutto e per tutto uomini. Vengono a loro attribuiti doveri come a un uomo, ma devono rinunciare a se stesse, per non essere proprietà di nessuno.
Così a vent’anni Hira rinuncia alla sua femminilità prendendo il nome di Mael, vestendosi e lavorando come un uomo, e in questo modo l’intero villaggio la rispetta come maschio. Deve rimanere sola e casta.
Una potente storia di autodeterminazione, ambientata in un’Albania degli anni Settanta.


















