Negli ultimi anni, i disturbi del comportamento alimentare (DCA) si sono trasformati in una preoccupante emergenza sanitaria nazionale, e i numeri parlano chiaro: in Italia il fenomeno è in costante crescita, colpendo fasce sempre più giovani della popolazione e assumendo forme sempre più complesse e pericolose.
Basti pensare che si tratta della seconda causa di decesso tra i più giovani dopo gli incidenti stradali.
Secondo dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità e da centri specializzati come l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, l’età di esordio dei disturbi alimentari si è drasticamente abbassata, si registrano casi già a partire dai 8–9 anni, con un aumento del 60% dei ricoveri pediatrici per anoressia, bulimia o disturbi dell’alimentazione incontrollata rispetto al periodo pre-pandemico.
Non si tratta più di un problema che colpisce soltanto gli adolescenti o i giovani: l’accesso sempre più precoce ai social media, la pressione estetica e l’iperconnessione hanno reso vulnerabili anche fasce di età molto più basse.
Le donne restano le più colpite, si stima che circa il 90% delle diagnosi riguardi il sesso femminile, tuttavia, il numero di maschi affetti da DCA è in crescita, anche se spesso meno riconosciuto o diagnosticato, a causa di stereotipi culturali e stigma sociale.
Si osserva inoltre un’estensione trasversale anche dal punto di vista sociale, non sono più soltanto le fasce medio-alte, ma anche giovani provenienti da contesti fragili, scolastici o familiari, a soffrire di questi disturbi con l’impatto della pandemia Covid che con lockdown e isolamento sociale ha amplificato il disagio, rendendolo più profondo e diffuso.
Tra le forme cliniche più comuni ci sono l’Anoressia nervosa, caratterizzata da restrizione calorica e paura di ingrassare; la Bulimia nervosa, con episodi di abbuffate seguiti da condotte compensatorie come vomito, digiuno, esercizio fisico eccessivo; il disturbo da alimentazione incontrollata “binge eating“, senza condotte compensatorie ma con forte impatto psicologico.
A queste si aggiungono patologie meno note ma in aumento, come i disturbi evitanti restrittivi dell’assunzione di cibo (ARFID), la ruminazione, o nuove forme legate al “mangiar sano” ossessivo (ortoressia), spesso mascherate da stili di vita “fit” o “wellness” estremi.
I DCA non sono semplici “capricci alimentari” o fissazioni estetiche, sono patologie complesse, che dipendono da una combinazione di fattori, ad esempio psicologici come bassa autostima, ansia, perfezionismo, traumi non elaborati.
Oppure sociali e culturali, modelli estetici irrealistici promossi dai media, confronto costante on line, idealizzazione del “corpo perfetto”.
O ancora familiari, dovuti a dinamiche conflittuali, eccesso di controllo o disattenzione emotiva, biologici e genetici come predisposizioni neurobiologiche e alterazioni della regolazione emotiva.
Spesso sono l’espressione visibile di un dolore invisibile: un corpo che si ammala per gridare un disagio che la mente non riesce a elaborare.
L’Italia ha avviato negli ultimi anni alcune importanti azioni tra cui la Giornata del nastro Lilla ogni 15 marzo per sensibilizzare e fare prevenzione, l’attivazione di centri specializzati DCA nel Servizio Sanitario Nazionale, anche in ambito pediatrico.
Alcune regioni, tra cui la Lombardia, hanno potenziato le équipe multidisciplinari con psicologi, nutrizionisti, psichiatri e medici così come nuove realtà private e del terzo settore offrono supporto psicologico e riabilitazione nutrizionale.
Tuttavia, la rete è ancora insufficiente, in molte zone d’Italia mancano strutture adeguate, le liste d’attesa sono lunghe e la formazione del personale scolastico è ancora scarsa.
I disturbi alimentari hanno tassi di mortalità tra i più alti delle malattie psichiatriche, non possono più essere ignorati o lasciati alla responsabilità delle sole famiglie, ma servono programmi educativi nelle scuole, fin dalle elementari, campagne di comunicazione mirate a smontare il mito del corpo ideale, investimenti pubblici strutturati, continui e nazionali, oltre che locali.
Affrontare i DCA significa salvare vite, ma anche costruire una società più sana, empatica e consapevole.


















