domenica, 14 Giugno 2026
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Dal kimchi al K-pop: Milano si innamora della Corea

(Foto di 709 K - Pixabay)

La cucina coreana a Milano ha una data di nascita precisa: 1985, quando in via Giovanni Paisiello apre Ginmi, il primo ristorante coreano d’Italia.
Per quasi trent’anni resta una rarità, frequentata dalla piccola comunità coreana in città e da pochi curiosi,  poi arriva “Parasite”, quattro premi Oscar nel 2020, primo film non anglofono a vincere la statuetta principale nella storia dell’Academy,  seguirà Squid Game, la serie più vista nella storia di Netflix.
Due opere che non si limitano a intrattenere ma raccontano la disuguaglianza, la pressione sociale, la violenza del capitalismo attraverso storie ambientate in un paese che l’Occidente conosceva appena.
Il risultato è curiosità di massa verso tutto ciò che viene da Seoul, e quella curiosità trova il suo sbocco più immediato e fisico nella cucina.
In Italia alcuni piatti tradizionali coreani sono stati resi popolari proprio da quelle serie come il tteokbokki che compare nella prima puntata di Squid Game, quando il protagonista è a cena con la figlia con le ricerche del piatto su google trends che sono esplose in tutto il mondo.

A Milano i ristoranti coreani iniziano a moltiplicarsi, uno, due, poi un’accelerazione che tra il 2024 e il 2026 diventa impossibile da ignorare. Aprono persino in zone che fino a pochi anni fa non avrebbero mai ospitato cucine così lontane dalla tradizione europea: Navigli, Porta Venezia, Isola, Nolo, con formati diversi dall’osteria tradizionale, al bistrot contaminato, al fine dining con menu degustazione o l’enoteca che abbina vini naturali ai piatti della tradizione di Seoul.
E funzionano tutti, ognuno con il proprio pubblico, ognuno con la propria idea di cosa significhi portare la Corea in tavola a Milano.
Quello che rende questo fenomeno diverso da qualsiasi altra ondata gastronomica degli ultimi anni è la coerenza.
La cucina coreana a Milano non si è piegata ai gusti locali smussando sapori, o inventando versioni edulcorate per palati impreparati, non ha trasformato piatti millenari in qualcosa di vagamente orientale e fondamentalmente innocuo.
È arrivata com’è, con la sua piccantezza, la sua fermentazione, la sua insistenza sulla condivisione e sul pasto come atto collettivo.
I coreani hanno un rapporto con la propria cultura gastronomica che rasenta il nazionalismo e questo a Milano ha funzionato come marchio di autenticità.
Il piatto che più di ogni altro ha guidato questa conquista è il “tteokbokki”, gnocchi di riso glutinoso di forma cilindrica, cotti in una salsa di gochujang, pasta di peperoncino fermentato che è il cuore della cucina coreana, con uova, scalogno e pesce essiccato.
Piccante, denso, dalla consistenza gommosa e avvolgente che non assomiglia a nulla di quanto la cucina europea abbia mai prodotto.
Nella tradizione coreana è cibo da strada, da bancarella, da mercato notturno, a Milano diventa il piatto più ordinato nei ristoranti coreani, quello che i clienti italiani imparano a pronunciare storpiandolo e poi perfezionandolo, quello che una intera generazione di ventenni e trentenni ha conosciuto attraverso uno schermo prima ancora che attraverso una forchetta, o meglio attraverso le bacchette con cui si mangia correttamente.
Lo si trova oggi nei ristoranti, nei negozi asiatici di via Paolo Sarpi, nelle versioni istantanee vendute online che hanno invaso le cucine di chi vuole ricrearlo a casa propria.
Ma ridurre il fenomeno coreano alla sola ristorazione sarebbe un errore di prospettiva.
La cucina è la porta d’ingresso, il punto di contatto più immediato e fisico con un’intera cultura, dietro c’è molto altro.
La K-beauty ad esempio ha trasformato il mercato della cosmetica milanese, con negozi specializzati che vendono routine di skincare in dieci passaggi e ingredienti che fino a cinque anni fa in Italia nessuno avrebbe saputo nominare.
La moda coreana dialoga con quella italiana durante la Fashion Week, con eventi che hanno portato a Palazzo Bovara designer e brand di Seoul accanto alle maison milanesi.
La musica riempie i palazzetti, quando il K-pop sbarca all’Unipol Forum, i biglietti spariscono in pochi minuti e in sala non ci sono solo ragazze di sedici anni, ma un pubblico trasversale che ha scoperto questo mondo attraverso i canali più diversi.

Milano ha capito prima degli altri che quello coreano non era un fuoco di paglia.
Le città che sanno leggere il futuro lo riconoscono sempre dallo stesso segnale, quando la gente fa la fila non per moda, ma perché sa già cosa troverà dentro.
La Corea del Sud ha impiegato trent’anni per costruire un sistema culturale capace di conquistare il mondo, Milano molto meno per accorgersene.

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