Immaginate le luci in sala già basse e sul palco soltanto una sedia. Seduto lì ci sono io, e vi racconto una sera di febbraio: Legnano, sabato 17 febbraio 2024, Teatro Galleria. La PFM porta in giro il tour dedicato a De André, con Flavio Premoli ospite alle tastiere. Arrivo tra i primi, per un motivo che tengo stretto sotto il braccio. È “Miss Baker”, il disco del 1987 con i fiati, quello che la critica ha liquidato come un figlio venuto male. Chiunque altro avrebbe portato “Storia di un minuto”. Io no: il cuore ha ragioni che le recensioni non conoscono. In tasca ho due pennarelli, perché non sia mai che qualcuno si emozioni più di me.
È presto, il foyer è deserto. Poi arriva la soffiata da romanzo di spionaggio. Una gola profonda, di cui custodirò l’anonimato fino alla tomba che mi sussurra: “Sono a cena nella pizzeria qui dietro”. Benissimo.
Mi piazzo fuori. Febbraio in Lombardia non è Copacabana. Dalla vetrina vedo una tavolata lunga e le tazzine del caffè in arrivo. È il momento. Al massimo mi mandano a stendere. Sopravvivrò.
Entro. Mi avvicino con la disinvoltura di un chierichetto alla prima messa. “Ehm… scusate… me lo potete autografare?”. Flavio Premoli alza lo sguardo e sorride. Il dettaglio comico è che in “Miss Baker” lui non c’era. Firma lo stesso, con la grazia di chi ha comprato casa e trova un coinquilino in cucina. Franz Di Cioccio allunga la mano e scrive: “A Giuseppe, Rock On”.
Il disco comincia a viaggiare da un piatto all’altro, schiva un bicchiere, sfiora una tovaglia macchiata di pomodoro. Io resto lì, con il pennarello di scorta in tasca e un sorriso che non so contenere. Ed è in quel momento che nella testa parte un riff. Saltellante, sfacciato.
È FESTA! O come la cantavano nella versione inglese: CELEBRATION!
Signore e signori, adesso il sipario si alza davvero. Perché quella canzone ha cinquantacinque anni, e merita che la raccontiamo dall’inizio. Torniamo alla Milano dei tardi anni Sessanta. Di Cioccio, Mussida, Premoli e Giorgio Piazza sono turnisti, mani invisibili dietro a mezza canzone italiana. Si chiamano I Quelli, fanno cover di Traffic e dei Nice, e intanto scalpitano.
Poi arriva da Brescia Mauro Pagani, flauto, violino e orecchie curiose. Porta con sé anche il nome della sua vecchia band, Forneria Marconi. Sandro Colombini, direttore artistico della Numero Uno di Mogol e Battisti, suggerisce di aggiungere Premiata. Troppo lungo? Un nome difficile da ricordare è anche difficile da dimenticare.
Nel 1971 vincono il Festival d’Avanguardia di Viareggio ed esce Impressioni di settembre, il primo successo italiano con un sintetizzatore. Premoli mostra il suo Minimoog in RAI, e l’Italia ascolta come davanti a un marziano atterrato in salotto.
Nel gennaio del 1972 esce Storia di un minuto: musiche di Mussida, testi di Pagani, produzione di Claudio Fabi, il padre di Niccolò. In una settimana è primo in classifica. Mai successo prima a un gruppo rock italiano.
E al terzo posto della scaletta, subito dopo il grido malinconico di Impressioni di settembre, arriva lei. È festa. Il contrasto è voluto e perfino crudele. Prima la nebbia autunnale, poi il sole che sfonda le finestre. Prima il pensiero, poi la danza.
Loro la chiamano “tarantella rock”. Altri ci hanno sentito un saltarello in versione progressive. Di Cioccio lo spiegò alla stampa inglese: la musica americana nasce dal blues, noi avevamo la classica e la melodia del Sud. Perfino l’improvvisazione era diversa.
Proviamo ad aprirla, questa Festa. Il motore è il ritmo in terzine, quel galoppo in sei ottavi che è il battito della tarantella da secoli. Di Cioccio lo spinge con una batteria che non si siede mai. Il basso di Piazza non accompagna: scalcia. La chitarra elettrica di Mussida fende l’aria con fraseggi netti come vetro. Poi entrano i colori. L’ottavino e il flauto di Pagani disegnano linee da banda di paese impazzita. Il violino fa capolino con l’insolenza di un musicista di strada. Premoli si divide tra voce, tastiere e un clavicembalo barocco finito per sbaglio in una sagra. In teoria non dovrebbe stare in piedi. In pratica corre.
Dopo una breve parte cantata il brano si apre a ventaglio. Gli strumenti si passano la parola in una staffetta, una vera festa di assoli. Ognuno prende il centro della pista, balla il suo giro e lascia il posto.
Qualche orecchio malizioso ci ha sentito una parentela con On the Road Again dei Canned Heat. Cugini alla lontanissima, dico io. Forse di terzo grado. È come dire che la pizza somiglia alla focaccia: vero, finché non l’assaggi.
E il testo? Quasi non c’è. Pagani scrive pochissimi versi: un uccello leggero che passa, una festa che appartiene a chi esiste e, in chiusura, una domanda brevissima rivolta a chi ascolta.
In un’epoca in cui le canzoni italiane grondavano slogan e proclami, la PFM sceglie il volo. La festa non è di chi appare, è di chi è. L’uccello è libertà senza bisogno di spiegazioni. E quella domanda finale è un dito puntato verso la platea, con affetto: tu da che parte stai, dentro la festa o a guardarla dalla vetrina? Io, quella sera di febbraio ero dentro corpo e anima.
Poi la storia accelera. Greg Lake li ascolta durante un tour italiano degli Emerson, Lake & Palmer e li porta sulla Manticore. I testi inglesi li riscrive Peter Sinfield, il paroliere dei King Crimson, che suggerisce anche la sigla PFM.
Nel 1973 esce Photos of Ghosts, ed È festa diventa Celebration, rivestita di sintetizzatori al galoppo. Il disco entra nella Billboard americana, prima volta per una band italiana. Qualche recensore nostrano ci ha scherzato sopra, trascrivendo il titolo come lo pronunciava il pubblico di casa: Selebréscion.
In Inghilterra la sostengono John Peel e Bob Harris, e la PFM finisce al Reading Festival accanto a Genesis, Faces e Rory Gallagher. Una tarantella in mezzo al rock britannico: come presentarsi al tè delle cinque con un vassoio di cannoli. E fa il pienone per la felicità del diabete.
Esiste perfino una versione per singolo preparata nel 1975 e mai pubblicata all’epoca. Poco più di due minuti e mezzo, quasi un digestivo. È ricomparsa decenni dopo tra i bonus di una ristampa, come un biglietto dimenticato nella tasca di un cappotto.
Ma è sul palco che È festa diventa ciò che è. Dal vivo si allunga, si dilata, cambia pelle ogni sera. Nei concerti dei primi anni, racconta chi c’era, Pagani sul più bello attaccava il Minuetto di Boccherini, quello dei confettini alla menta. Il pubblico rideva, riconosceva, ballava. La cultura alta e il Carosello nella stessa battuta.
Sono passati più di cinquant’anni e le formazioni si sono rimescolate come carte in mano a un prestigiatore. Eppure È festa non manca mai. È una delle canzoni che la PFM non può permettersi di non suonare, pena la rivolta della platea. Quando parte quel galoppo, anche lo spettatore più composto scopre di avere un piede ribelle.
Ed eccoci di nuovo a Legnano. La tavolata, i caffè, il disco che viaggia fra le tazzine. Quella sera il concerto era dedicato a De André, ma la mia festa era già cominciata, lì, in una pizzeria dietro piazza San Magno. Perché la festa, lo dice la canzone, non è di chi appare. È di chi è. E io, con un disco del 1987, un pennarello di scorta e un Rock On scritto da Franz, ero esattamente dove volevo essere.
La domanda con cui si chiude la canzone, adesso, la lascio a voi. E tu? Sai ancora fare festa? Sai essere libero?
Luci. Sipario.
E’ Festa – Versione studio (1972) da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=3nJDQGRxbRw
E’ Festa – Live in Lugano (2013) da YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=LiVWHb7_BZ0



















