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venerdì 17 Settembre 2021

VARESE – Dopo 29 anni, l’omicida di Lidia Macchi ha forse un nome ed un volto: decisiva la testimonianza di una spettatrice di ‘Quarto Grado’

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E’ stata una telespettatrice del noto talk show di Rete 4 ‘Quarto Grado’ a permettere una svolta decisiva, dopo ben 29 anni di oblio, all’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa il cui corpo fu rinvenuto senza vita in una zona boschiva di Cittiglio (VA), nell’ormai lontano 1987 e diventato, come si dice in America, un “cold case”. Grazie ai riscontri partiti dalla testimonianza di una vecchia amica della vittima, fornita agli inquirenti di Milano, – che hanno avocato l’inchiesta -, dopo essersi ricordata alcuni particolari decisivi, mentre vedeva un servizio nel programma TV qualche mese fa, Stefano Binda, all’epoca dei fatti compagno di scuola della giovane, è stato arrestato dagli agenti della Squadra Mobile di Varese, su richiesta del sostituto Procuratore Generale di Milano, Carmen Manfredda. Alla base dell’efferato delitto l’idea dell’assassino che, dopo aver violentato la ragazza, avrebbe rinnegato l’atto sessuale che le avrebbe imposto, accanendosi contro di lei per motivi religiosi: sia Binda che la Macchi, infatti, erano molto attivi in Comunione e Liberazione e ferventi cattolici.
A scatenare i ricordi della teste chiave, una frase di una poesia di Cesare Pavese, “La morte verra’ ed avra’ i tuoi occhi”, che il Binda soleva ripetere alle ragazze che gli interessavano e l’aver riconosciuto la calligrafia dell’ex amico in quella della lettera mostrata a “Quarto Grado”, che venne recapitata da una mano anonima ai genitori della vittima il giorno del suo funerale. La missiva contiene particolari inquietantemente simili alla dinamica del delitto e da sempre e’ stata considerata dai parenti di Lidia e dagli inquirenti come la “firma” dell’omicida. La perizia calligrafica disposta di recente, ha confermato la compatibilita’ totale con la scrittura di Binda, cosiccome la verifica “merceologica” del foglio di carta su cui e’ vergata la lettera, che corrisponde al 100% ad un’agenda rinvenuta in casa del presunto assassino. Altre prove trovate nella perquisizione domiciliare appesantirebbero la posizione dell’indagato e, dato che i reperti organici raccolti all’epoca della prima inchiesta sono stati distrutti, l’avvocato della famiglia Macchi non esclude l’ipotesi di riesumazione del corpo per rilevare eventuali tracce biologiche rimaste.
L’accusa che pende sul capo dell’arrestato e’ quella di omicidio volontario aggravato.

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