“Abbiamo bisogno di tutto”: l’appello univoco lanciato dalla città di Beirut all’indomani della doppia esplosione avvenuta al porto della capitale del Libano, in un deposito di nitrato d’ammonio, stoccato da sei anni, materiale ritenuto da sempre pericoloso.
La deflagrazione ha distrutto parte della città, e oggi lo scenario è quello di palazzi sventrati, strade ricoperte di macerie, soccorritori che cercano persone ancora in vita, avendo lavorato senza sosta già tutta la notte.
Il primo bilancio delle vittime, probabilmente destinato ad aumentare, racconta di più di 100 morti e 4mila feriti anche gravi, numerosi dispersi e 300mila persone rimaste senza casa.
L’emergenza è sanitaria, ma anche economica e ambientale: distrutti i silos al porto con le riserve di grano, dispersi nell’aria sostanze nocive e gas tossici, che hanno portato ad invitare tutti coloro che possono ad allontanarsi dalla città.
Degli ospedali cittadini, ben tre sono andati distrutti, quelli che rimangono sono già gravati dai malati di Coronavirus. Colpito anche il palazzo del Governo.
Il governo del Libano, Paese già in ginocchio per la crisi economica e l’epidemia da Covid-19, ha già stimato 3 miliardi di dollari di danni.
Papa Francesco ha diffuso una preghiera per gli abitanti della città di Beirut. David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo, ha dichiarato che l’Unione Europea farà la sua parte per aiutare, come ha detto anche il premier Giuseppe Conte, mettendo l’Italia a disposizione per fornire solidarietà.
Nello scenario della distruzione della città, tornano in mente i momenti peggiori della sua guerra civile, e serve sangue: è una vera emergenza.
Incidente o attentato? Questo rimane, almeno per ora, il grande interrogativo sull’accaduto.



















