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“Piccoli uomini”: come una scuola anticipa i tempi

(Foto da Abebooks)

Il romanzo “Piccoli uomini” fu pubblicato nel 1871 e l’edizione italiana arriva nel 1905, narrando le vicende che seguono quelle narrate in “Piccole donne”: ancora una volta l’autore è Louisa May Alcott. Piccoli uomini” narra degli esordi della scuola Plumfield di Jo, descrivendo le avventure degli allievi, tra cui Rob e Teddy figli di Jo, Demi e Daisy figli di Meg, Beth figlia di Amy e poi antri allievi. Vi si raccontano principalmente le avventure dei figli delle protagoniste di “Piccole donne”.

Forse questo romanzo è meno conosciuto di “Piccole donne”, ma ne è simbolicamente il continuo perché vi si ritrovano i personaggi del precedente, cresciuti. Il romanzo ha una trama particolare, ambientato nell’Ottocento negli Stati Uniti e precisamente nel collegio di Jo e del marito Fritz Baher, che hanno fondato a Plumfield, dove qui maschi e femmine di varie età, piccoli geni e portatori di handicap, ragazzi del tutto comuni e veri discoli, trovano educatori disposti alla fatica di dosare diversamente per ciascuno degli allievi impegni e traguardi.

L’integrazione tra studio e lavoro, la convinzione che la bontà valga più della forza, e che se un ragazzo sbaglia il primo responsabile è l’educatore, lo rendono un’opera davvero unica: la battaglia femminista di Jo March diventa una difesa della non violenza e un chiaro riconoscimento dei diritti dell’infanzia. Il collegio raccoglie dodici tra ragazzi e ragazze di varia età. Uno dei ragazzi è Dick gobbo e Dolly balbuziente, ma sono perfettamente inseriti nel gruppo. Jack è astuto e troppo interessato al denaro, Ned è un fanfarone, Stuffy guastato dalla madre che l’ha riempito di dolci, Billy che soffre dei postumi di una febbre cerebrale, Tommy un vero monello col cuore d’oro. A loro si aggiungono Dan un ragazzaccio che combinerà molti guai, Nan un’orfana fin troppo vivace e infine Nat, un piccolo violinista ambulante.

Tutti i ragazzi possono avere degli animali, cui devono accudire personalmente e devono coltivare un piccolo podere ciascuno. Le regole sono stabilite in comune accordo.

In questa storia la protagonista è Jo con i suoi bambini, quindi gli altri personaggi, conosciuti e amati nel romanzo precedente, passano in secondo piano comparendo pochissime volte; rattrista un poco, avendoli conosciuti e visti sempre insieme. La cosa che più mi ha deluso è la rinuncia da parte di Jo, di diventare una scrittrice. Con ciò, aprire una scuola e aiutare dei ragazzi in difficoltà è bellissimo ma non mi sembra… “da Jo”. Lei doveva essere una scrittrice famosa e di successo, in un periodo in cui la penna era impugnata quasi prettamente da uomini.

Un punto a favore di questo romanzo è l’originalità della scuola dei coniugi Bhaer. Si tratta di un progetto all’avanguardia per quel periodo. Un metodo che riunisce in se alcuni sistemi educativi che si usano oggi. Basti pensare al metodo Montessori e alle classi miste. Certo che l’idea di scuola che aveva l’Alcott anticipava i tempi. Come nel romanzo precedente, tutti sono felici e andrà tutto per il meglio. Non mancano le avventure, i litigi e i piccoli drammi ma tutto avviene sotto lo sguardo di Jo e Fritz che guidano con amore i ragazzi verso il raggiungimento dei loro traguardi.

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