LEGNANO – Quale potrebbe essere la ‘Maschera’ legnanese? I risultati del sondaggio di ‘Sei di Legnano se’

In occasione del Carnevale 2016, uno degli amministratori del gruppo Facebook “Sei di Legnano se”, Silvio Riccio, ha lanciato un sondaggio per scoprire quale potrebbe essere, per i legnanesi, la Maschera cittadina per eccellenza. Considerato che in molti comuni della zona esistono personaggi legati al folklore carnevalesco (Tarlisu e Bumbasina a Busto Arsizio, Re Risotto e Regina Luganeghetta a Gallarate, Pim Girometta a Varese…), a Legnano, invece, non c’e’ una figura rappresentativa in questo senso. Le proposte erano quattro:

1) Provasio, Dalceri, Campisi, (Teresa, Mabilia, Giuan – I Legnanesi): 96 voti
2) Luigi Schirato “ul Sghira”: 25 voti
3) Armando Russo “il Tognella”: 16 voti
4) Max Pisu “Tarcisio”: 15 voti

La discussione nei commenti e’ stata accesa, soprattutto tra coloro che non pensavano fosse “degno” declinare il trio de “I Legnanesi” a maschera di Carnevale, mentre forse il Tarci” di Pisu e’ un po’ troppo “giovane” e televisivo come personaggio, avendo riscosso successo grazie alla trasmissione “Zelig”…
Se su di loro non sono necessarie tante parole, vale la pena di approfondire un po’ di piu’ gli altri due personaggi indicati.

Luigi Schirato, detto “ul Sghira”, ovvero “lo strappo”, ha lasciato un segno indelebile a Legnano per tanti anni, grazie alle sue stravaganze poetiche: grande giocatore di carte, soprattutto di scopa, “incallito bevitore, lunatico, creativo e assiduo frequentatore del Circolone e di altri Circoli di Legnano”, proprio come lo ricordano in via San Bernardino.
Ecco cosa scrisse di lui un giornalista de “Il foglio” nel 2009, nella rubrica “Cronachette locali”:
““Ciao Sghira” e lui, voltandosi lentamente, ti rispondeva con un cenno della mano accompagnato dalla sua inconfondibile ed inimitabile risata gracchiante. Sghira era uno di quei mattocchi di provincia che, con la loro sola presenza, danno colore e movimento a quelle cittadine un po’ ripiegate su se stesse, adagiate nella tranquillità della loro opulenza, dove la vita scorre lentamente scandita da abitudini consolidate. Incontrarlo dava l’occasione per una battuta, una risata e in questo modo molti esorcizzavano il naturale imbarazzo che la sua follia alcolica – non si sapeva che cosa lo avesse indotto ad affidare la sua speranza, a riporre la propria fiducia nella bottiglia; lei era la sua confidente, la sua amica, l’unica amante rimastagli – poteva suscitare.
A me invece incuriosiva. Sentivo che in lui non c’era cattiveria; la voce impastata, gli occhi lucidi, il passo lento e incerto palesavano una dolcezza particolare. Viveva in una perenne dimensione fanciullesca e ciò lo rendeva un compagno ideale per giocare, soprattutto a pallone. Spesso si presentava nella bottega artigiana di mio padre e mi faceva capire che aveva voglia di giocare. Allora si correva nel cortile retrostante, io a tirare le mie bordate, lui a cercare di pararle. Sembrava che i suoi movimenti riprendessero magicamente elasticità e plasticità. Non era un caso che si mettesse proprio in porta, piuttosto un gesto naturale, istintivo. Sghira aveva giocato come portiere nell’A.C. Legnano.
Un pomeriggio venne in bottega con un pallone di cuoio nuovo di zecca. Mio padre gli chiese dove l’avesse preso. Lui, incurante della domanda, non distogliendo il suo dolce sguardo sulla mia persona, disse semplicemente: “E’ per Giuseppe, il mio amico”. Al momento pensai solo a ricevere nelle mie mani il regalo e correre a giocarvi. Non immaginavo che non l’avrei più visto. Sparì, lo cercai all’osteria che frequentava abitualmente, a casa sua. Inutilmente. Sembrava essersi volatilizzato, i vicini sapevano nulla. Mi rassegnai e, con cinismo fanciullesco, non ci pensai più. Qualche tempo dopo, casualmente, seppi che Sghira era morto dopo essere stato raccolto su un marciapiede della periferia legnanese dove, in una sera d’estate, si era accasciato sfinito. La bottiglia aveva ultimato il suo lavoro.
Ci rimasi male e pensai al nostro ultimo incontro. Presi in mano il pallone da lui regalatomi. Quanta generosità, quanto bisogno di dare e ricevere affetto in quel dono. Capii che fra noi era nata una strana ma bellissima e complice amicizia, fatta di poche conversazioni e molti silenzi, sguardi, sorrisi. Una fedele amicizia che aveva dato un tocco di unicità alla mia giovinezza”.

Tognella, invece, era il nome d’arte di Armando Russo (Legnano, 12 dicembre 1938 – Legnano, 5 aprile 1995), cabarettista e attore. Conosciuto dal pubblico appassionato di cabaret semplicemente con il nomignolo di “el Tognella”, ha impersonato la macchietta antesignana del più noto “Cipputi” di Francesco Tullio Altan, ovvero quella dell’operaio metallurgico con brache abbottonate in alto quasi fino alle ascelle, il cappello a visiera posto di traverso e la faccia sporca di grasso.
Figlio di un barbiere, inizia la sua carriera artistica con i Legnanesi all’inizio degli anni Settanta, debuttando nel cabaret in coppia con Alberto Rossetti l’8 aprile 1975 al Refettorio di Milano.
Successivamente fa il suo esordio in televisione, con Lino Patruno e Nanni Svampa in “Una bella domenica di settembre a…” di G. Molinari.
Nel 1977, dopo l’esperienza televisiva, continua a fare cabaret al Derby Club.
Dal 1978 inizia a lavorare in teatro debuttando all’Odeon di Milano con “L’è tuta na guera” , a cui segue nel 1979 “Tognella si sposa” di E. Contavalli.
Dal 1980 lascia il teatro e continua a portare i suoi spettacoli di cabaret in giro per la Lombardia. Nel 1982 affianca Enzo Cannavale e Bombolo nel film “È forte un casino”.
Nel 1983 interpreta insieme a Lino Banfi e Jerry Calà il film comico “Al bar dello sport”, nel ruolo di Walter il barista.
Nel 1985 partecipa al varietà RAI “Proffimamente non stop”.
Sofferente di ipertensione, si spense nella sua casa di Legnano nel 1995, lasciando moglie e tre figli.

La filmografia del Tognella, secondo Wikipedia, e’ questa:

“La cameriera seduce i villeggianti”, regia di Aldo Grimaldi (1981) – Non accreditato
“Pierino il fichissimo”, regia di Alessandro Metz (1981)
“È forte un casino”, regia di Alessandro Metz (1982)
“Al bar dello sport”, regia di Francesco Massaro (1983)

Ora che ne sapete un po’ di piu’, voi chi scegliereste? E’ giusto che a Legnano, oltre a non esserci una Pro Loco, non ci sia neanche una Maschera cittadina? Forse non siamo gli unici a chiedercelo…

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