LEGNANO – 44 anni fa, il disastro aereo della Meloria: lo ricordiamo grazie a Sergio Luraschi

44 anni fa, il 9 novembre del 1971, la tragedia della Meloria (leggi l’articolo sulla commemorazione del 2014): per mantenere vivo il ricordo di quella terribile sciagura aerea, costata la vita a 46 giovani para’ della brigata di Livorno ed ai membri dell’equipaggio britannici, il signor Sergio Luraschi di Legnano, paracadutista e sommozzatore che, con Roberto Reggia, partecipo’ al recupero del relitto, ci invita a leggere questo articolo di Dino Buzzati:
“Erano quarantatrè i bambini annegati insieme nel mare di Albenga nel remoto 1947. Dopo tanti anni me  li ricordo ancora, spettacolo di una violenza atroce , allineati uno accanto all’altro sopra un unico pancone a ferro di cavallo, nello squallido ambulatorio della Croce Rossa.
Quarantasei sono i ragazzi paracadutisti precipitati insieme ieri mattina nel gigantesco vagone colante c130 Herculaes, più i sei inglesi dell’equipaggio  che, anno piu anno meno, erano ragazzi anche loro.
E la vista di cinquantadue  giovani della medesima sorte anche in vita, distesi uno accanto all’altro , che non si sveglieranno mai più, è  altrettanto  terribile della  camera ardente di Albenga.
L’impressione allora in Italia fu spaventosa,  benchè si fosse appena usciti dalla guerra  e dai massacri relativi.
La gente piangeva anche se non aveva mai sentito parlare prima di quei bambini, anche in città lontane. Per vari giorni almeno qui a Milano  non si parlava d’altro. Ancora adesso  a distanza di tanto tempo la parola Albenga  ha per molti un rintocco sinistro. L’impressione, ieri, è stata fortissima, ma non c’è neppure da fare il paragone.
Né si può dire che sia perché i disastri aerei, in verità rarissimi se si pensa alle decine di migliaia di voli quotidiani nel mondo, siamo ormai abituati ad archiviarli, come fatti quasi di ordinaria amministrazione.
Stavolta non è il solito  disastro aereo di linea con un elenco di vittime quanto mai eterogenee per nazione, sesso, età e professione.
Stavolta sono quarantasei soldati nostri , di una delle specialità più avventurose, pericolose e  brillanti:  tutti, insomma, di una stessa famiglia.
Soldati che come tali si allenavano a sfidare anche la morte. Ma doveva essere il rischio teorico di una morte teorica. Non si ammette che quarantasei giovani se ne vadano così in tempo di pace. E’ come una truffa intollerabile. E tale era iersera il sentimento dominante, giusto o sbagliato che fosse. Di rabbia di critica, di ribellione, più che di vero dolore.
Ora, perché nel luglio del 1957 la gente piangeva e ieri non ho visto piangere nessuno (semmai imprecazioni e invettive)? Come se la morte di un bambino fosse più ingiusta e più dolorosa che la morte di un giovanotto ventenne.
Forse perché la  Patria è passata di moda, anzi dà quasi fastidio a sentirla nominare e si scrive con la iniziale minuscola e  così dà dì fastidio  la difesa della medesima patria e tutto ciò che vi appartiene  compresi i ragazzi che indossano l’ uniforme militare?
F orse perché i  lontani bambini annegati  erano del tutto innocenti ed erano stati portarti sulla barca  fatale inconsapevoli,  mentre i quarantasei paracadutisti avevano fatto loro stessi una scelta?  Bene. Questa stessa relativa indifferenza del grande pubblico , che sarebbe ipocrisia negare, pubblico colpito addolorato forse anche sgomento per cinque , dieci minuti ma non più, conviene probabilmente allo stile della sciagura.
E’ stata una tragedia militare. Troppi piagnistei e lamentazioni  sarebbero una stonatura, loro stessi ne sarebbero  irritati. Però un poco di silenzio.
Erano allegri e pieni di speranze come al solito, ieri mattina, all’atto di imbarcarsi nel mastodonte dell’aria. Nessuno sapeva del  misterioso appuntamento che li aspettava tutti insieme, con i sei compagni britannici, a distanza di pochi minuti. La vita, si può dire, era appena incominciata. Una esosa fatalità stava per dire: basta.  Ora se ne vanno, con i sei compagni stranieri. Guardateli, se ci riuscite.
Personalmente mi  fanno ancora più pietà dei leggendari bambini di Albenga.  Non si disperano. Non singhiozzano, non maledicono. Spalla a spalla si allontanano dritti, pallidi  si,  ma senza un tremito, a testa alta, con quel passo lieve e fermissimo che nei tempi antichi  si diceva appartenesse agli eroi e che oggi sembra completamente dimenticato.”

FONTE: https://www.congedatifolgore.com

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