I MISTERI DI SETTENEWS – L’ex manicomio di Vercelli: un posto ricco di storia ed inquietudine

Questa volta, Marco Patania ed Andrea Geraci sono stati a visitare l’ex ospedale psichiatrico di Vercelli, per un’eplorazione davvero interessante:

Ecco i cenni storici, come sempre a cura di Marco Patania:

Il manicomio di Vercelli venne costruito nel 1937 e restò attivo fino al 1978, quando entrò in vigore la legge Basaglia, che fece chiudere gli ospedali psichiatrici.
A quel punto la struttura diventò l’azienda ospedaliera di Vercelli, che però venne definitivamente abbandonata nel 1991, quando venne inaugurato il nuovo ospedale S. Andrea.
Il complesso consiste di 20 padiglioni e una chiesa e sorge su un’area di 125.000 metri quadrati.
In ogni padiglione, montagne di cartelle cliniche e di nomi.
Entrate, uscite, decessi.
Tutto scritto su carta, tutto abbandonato.
Oltre alla chiesa, ancora riconoscibili sono il padiglione delle cucine, ormai completamente smantellate, e quello dell’auditorium, purtroppo devastato da un incendio.
L’unico reparto ancora in uso è quello occupato dagli uffici dell’ARPA.

Venti edifici, tutti (o quasi) uguali, perfettamente simmetrici, allineati, “ordinati”.
Su quell’area vennero edificati nel 1937 questi venti edifici, che presero il nome di OPN, Ospedale Psichiatrico Nazionale, ogni provincia ne possedeva uno.
In questa micro comunità c’erano le cucine, le stanze, le sale “ricreative” (una per ogni padiglione), una chiesa, uffici amministrativi, reparti specializzati, ambulatori, un acquedotto, addirittura un teatro.
I singoli reparti sono collegati tra loro attraverso quelli che un tempo dovevano essere dei rigogliosi viali alberati.
Oggi le porte degli orti privati, costruiti fuori le mura dai contadini della zona e probabilmente abusivi, sono fatte con le reti dei letti, tanto dentro nessuno si offende più se qualcuno le porta via.

Ogni padiglione possiede un piano seminterrato separato dagli altri.
Cosa accadeva lì sotto?
Gli ottimisti dicono che ci fossero “magazzini e archivi”, i pessimisti sostengono che li sotto succedesse altro… in effetti la stanza per gli elettroshock era in un sotterraneo.
La sala d’attesa, il luogo in cui si attendeva di rivedere parenti o amici, è praticamente fuori dalle mura.
I pazienti venivano portati qui, non erano i parenti a raggiungerli nelle loro stanze.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, lontano dalle urla di chi veniva “curato” con la barbara pratica dell’elettroshock, come racconta Alda Merini (che rimase chiusa in un posto come questo dal 1962 al 1972):

“La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”

Ogni oggetto, ogni stanza, ogni particolare ingegneristico o architettonico è stato studiato in modo che serva allo scopo: tenere la follia fuori dalla città.
Infatti, nonostante oggi il centro abbia raggiunto la periferia, questa struttura fu edificata “fuori”, lontanissima dal centro, affinché le urla si esaurissero senza che la città potesse udirle.

Il manicomio di Vercelli è famoso per un episodio avvenuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
L’eccidio dell’ospedale psichiatrico di Vercelli fu l’esecuzione sommaria — ad opera di alcuni partigiani della 182ª Brigata Garibaldi — di un gruppo di militari della Repubblica Sociale Italiana prelevati dallo stadio di Novara, allora adibito a campo di prigionia.
Secondo le diverse fonti, i militari uccisi furono tra cinquantuno e sessantacinque, ma probabilmente furono più di 70.
Il 12 maggio 1945, un gruppo di partigiani partì alla volta di Novara con un autobus ed un autocarro, fornito di un elenco di 170 nomi di prigionieri fascisti da prelevare.
Giunti sul posto, chiamarono tramite appello i fascisti dell’elenco: ne individuarono in tutto 75, li caricarono sugli automezzi e li portarono a Vercelli, rinchiudendoli all’interno dell’ospedale psichiatrico dopo aver costretto il personale ad uscire.
Nel manicomio i prigionieri vennero percossi violentemente e divisi in gruppi.
Fra il pomeriggio del 12 e le prime ore del 13 maggio, la maggioranza dei prigionieri venne eliminata: alcuni vennero fucilati, altri buttati dalle finestre e altri vennero brutalmente schiacciati sotto le ruote di un autocarro.

Negli anni ’60 il manicomio tornò tristemente famoso perché molti infermieri denunciarono il direttore, accusato di utilizzare metodi psicologicamente violenti con i pazienti come con gli addetti ai lavori.
Nel 1978, due anni dopo la morte del direttore, arrivò la legge Basaglia, che rivoluzionò la psichiatria e cancellò dagli ospedali psichiatrici “metodi curativi” (torture) obsoleti e inumani.
Ma i “matti” non avevano comunque un altro posto dove andare, e quindi alcuni padiglioni rimasero funzionanti fino all’inizio degli anni ’90 ospitando un centinaio di pazienti, mentre il resto della struttura diventò l’ospedale di Vercelli, fino alla chiusura nel 1991.

Chi abita vicino al complesso parla di strane urla che si sentono di notte…

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