Il progetto è partito dal carcere di Bollate, nel Milanese, dove è stato aperto un ristorante aperto a tutti, chiamato “In Galera”, in cui lavorano i detenuti. L’attività svolta dai carcerati in cucina è diventata sociale, strumento di riscatto e di lavoro, come è emerso nel corso di un recente convegno, che si è tenuto in Città metropolitana a Milano.
Cucina e cura degli orti al centro di un preciso programma di riabilitazione dei detenuti; il cibo come settore lavorativo che vale anche come formazione professionale, poiché, come è stato spiegato, rappresenta anche un momento di alta responsabilità. All’interno di un carcere il lavoro, in generale, significa combattere la solitudine e i disagi che possono portare ai suicidi, offrendo un’occasione di prevenzione e reinserimento.
Anche la Coldiretti ha avviato dei progetti per la formazione dei detenuti: “Si parte dagli orti in carcere coltivando i prodotti di stagione e favorendo la biodiversità e la distintività del modello agricolo italiano, e per favorire anche un reinserimento nel comparto agricolo e nelle filiere agroalimentari”, ha detto il presidente Ettore Prandini.

















