In Italia, il cibo al cinema non è mai soltanto una comparsa.
Non è un dettaglio scenico o uno sfondo, è un attore protagonista che volte ruba la scena, altre è la scena stessa soprattutto quando in campo ci sono spaghetti, sugo, polpette o la fame, quella vera, quella sociale, quella storica.
Il cibo sul grande schermo racconta più di mille dialoghi, senza parlare.
Totò che si infila gli spaghetti nelle tasche in “Miseria e Nobiltà” non sta cercando l’effetto comico, sta mostrando una miseria reale, che costringe a far ridere per sopravvivere. Quei gesti, oggi diventati meme, all’epoca erano cronaca e la cronaca, spesso, passava più per la tavola che per la carta stampata.
Poi c’è Alberto Sordi, probabilmente l’attore che ha mangiato di più davanti alla macchina da presa, non per gola, ma per rabbia.
In “Un americano a Roma” seduto davanti a un piatto di maccheroni che vorrebbe odiare perché ormai totalmente preso dal mito americano del dopoguerra, si arrende: “Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo”.
Più che una battuta, è un trattato di sociologia: l’Italia del dopoguerra guarda all’America ma non riesce a rinnegare la propria pasta.
Il cibo diventa anche linguaggio politico e filosofico con “La grande abbuffata” di Marco Ferreri dove quattro uomini saturi di tutto, decidono di mangiare fino a morire.
Non è allegoria, è disillusione, Ugo Tognazzi, che oltre a essere attore era anche chef, trasforma ogni piatto in una dichiarazione esistenziale.
E poi c’è il cinema italoamericano, dove il cibo è rituale, identità, potere.
Il “Padrino” non è un film di cucina, ma contiene una delle ricette più imitate nella storia del cinema, quando Clemenza spiega a Michael Corleone come si fa il sugo “buono”, non gli sta insegnando solo a cucinare, gli sta insegnando a comandare.
Ecco perché il cibo funziona così bene al cinema, è universale, ma carico di significato. È una lingua parlata da tutti, anche da chi non ha studiato cinema o non ha mai letto un libro di storia.
Basta guardare un piatto e si capisce immediatamente da che parte sta il personaggio.
Per questo, ogni tanto, più che un’analisi filmica, servirebbe solo una buona forchetta e magari la ricetta giusta.
Polpette al sugo da “Il Padrino” di Francis Ford Coppola
“Metti un po’ d’olio, fai rosolare l’aglio, butti dentro le polpette.
Poi pomodoro, un po’ di vino… e lasci sobbollire” — Peter Clemenza da “Il Padrino”
Ingredienti:
500 g carne macinata mista
1 uovo
100 g pane raffermo ammollato nel latte
2 cucchiai di parmigiano grattugiato
Prezzemolo tritato
1 spicchio d’aglio
Sale, pepe q.b.
1 litro di passata di pomodoro
1 cipolla
Olio extravergine d’oliva
In una ciotola mescolare la carne con l’uovo, il pane strizzato, il parmigiano, il prezzemolo, l’aglio tritato, sale e pepe.
Formare delle polpette non troppo grandi e rosolarle in olio caldo finché non sono ben dorate.
Scolarle e metterle da parte.
Nella stessa padella soffriggere la cipolla tritata, aggiungere la passata di pomodoro, un po’ d’acqua, sale e cuocere a fuoco basso per 10 minuti.
Aggiungere le polpette nel sugo e continuare la cottura per almeno 30 minuti mescolando ogni tanto.
Servire con spaghetti o da sole, con pane casereccio per la scarpetta obbligatoria.
Il cibo nel cinema italiano non è mai stato un dettaglio, è la realtà che si mette in mostra senza filtri, è quello che resta quando il racconto si fa vero.
Non serve drammatizzare, non serve alzare la voce, basta un piatto, un gesto, un boccone.
È lì che il cinema italiano dice quello che conta davvero.


















