C’è andato anche quest’anno il sindaco di Legnano, Lorenzo Radice, a Lampedusa per celebrare in questi giorni insieme ad altri primi cittadini, studenti, lavoratori, migranti la 12esima Giornata della Memoria e dell’Accoglienza.
La Giornata della Memoria e dell’Accoglienza è stata istituita a ricordo del naufragio in cui, il 3 ottobre 2013, persero la vita 368 persone al largo dell’isola, e vede per la terza volta la partecipazione del Comune di Legnano, quest’anno insieme ad una quindicina di studenti degli istituti Bernocchi e Dell’Acqua, e di due loro docenti.
Dopo un corteo che ha sfilato per il centro di Lampedusa, i partecipanti si sono fermati davanti alla Porta d’Europa, davanti al mare, quello percorso dalle tante imbarcazioni cariche di migranti, in cerca di un approdo sicuro nell’isola.
Radice è intervenuto al tavolo di discussione sugli sbarchi e l’accoglienza, intitolato “Tracce di memoria, semi di futuro”, dicendo: “Io non intendo la memoria come una forma sterile di nostalgia -precisa il sindaco; la memoria deve essere piuttosto lo spunto per scrivere la nostra storia, quindi per delineare un progetto di futuro. Voglio paragonare in questo processo l’ente Comune a una fabbrica in cui la materia prima che entra è, appunto, la memoria e il prodotto in uscita un’azione comunitaria condotta da cittadini consapevoli.
In questo senso il Comune gioca un ruolo di abilitatore: crea le condizioni per cui la memoria possa passare, attraverso una narrazione veritiera, ai cittadini che costruiranno una dimensione umana e solidale capace di mettere al centro la dignità di ogni vita e il valore insostituibile della vita stessa.
Partendo dalla memoria dei fatti, in questo caso del 3 ottobre 2013, dalle morti in mare di 368 persone, è nostro dovere riflettere sulle politiche migratorie e pensare a un altro modello di accoglienza che ribalti lo schema basato su controllo, accoglienza e integrazione trasformandolo nella sequenza integrazione, accoglienza e controllo.
Occorre quindi passare dall’ossessione di proteggere i confini all’ossessione di proteggere le persone Dal ricordare le vittime, quindi, in questo come in altri ambiti, dobbiamo passare al fare: fare perché non ci siano più vittime”.



















